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Moreno-Ocampo. Un fiscal bifronte


Tribunal Penal Internacional

Omar Al-Beshir, presidente del Sudan, è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale dell'Aja per crimini di guerra e per crimini contro l'umanità. La Corte ha così accolto le accuse avanzate dal suo Procuratore generale, l'argentino Luis Moreno Ocampo, anche se ha respinto l'accusa di genocidio. Ma si trattava di una imputazione che molti ritenevano senza fondamento, fra questi un giurista autorevole e molto informato sulla situazione sudanese come Antonio Cassese.
Non è il caso qui di mettere in discussione le responsabilità del presidente Al-Bashir, che sono sicuramente molto gravi, non solo per quanto riguarda la tragedia del Darfur. Ma ciò che soprattutto colpisce in questa vicenda giudiziaria e che merita una pronta riflessione è la figura del Procuratore generale, e quindi la funzione stessa della Corte. Moreno Ocampo emerge sempre più come una brutta copia dell'ex Procuratore del Tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia, Carla del Ponte. Entrambi sembrano destinati a passare alla storia della giustizia internazionale come magistrati pesantemente condizionati dalle logiche del potere internazionale: una logica che, almeno in teoria, non dovrebbe avere nulla a che fare con la tutela dei diritti umani, la promozione della pace, la giustizia internazionale.
È il caso di sottolineare anzitutto che la Corte penale internazionale - la cui giurisdizione è in vigore dal 2003 - ha sinora strisciato i piedi in una attività giudiziaria prossima allo zero. Sinora la Procura si era limitata a una serie di indagini poco incisive e di mandati di cattura nel Nord Uganda, nella Repubblica democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana: tutte aree lontane dall'epicentro geopolitico dei conflitti globali che oggi vedono impegnate le potenze occidentali, in particolare la superpotenza americana.
Per di più, il procuratore Ocampo si è finora distinto per il suo ossequioso rispetto degli Stati uniti e dell'Inghilterra. Egli non ha esitato ad archiviare ben 240 denuncie formalmente presentate alla procura contro i crimini commessi in Iraq dalle truppe angloamericane. Nonostante ne avesse piena competenza, in particolare nei confronti della Gran Bretagna, Ocampo non ha avviato la minima indagine, ed è ricorso ad una motivazione risibile: l'assenza di qualsiasi intenzione dolosa delle milizie anglo-americane che avevano aggredito e poi occupato l'Iraq, facendo strage di decine di migliaia di persone innocenti.
Ed è inoltre il caso di segnalare che la Procura della Corte penale internazionale non ha sinora avviato alcuna indagine per quanto riguarda i crimini commessi dallo stato di Israele nella striscia di Gaza, in particolare durante le tre settimane della sanguinaria operazione «Piombo fuso». Nonostante che l'Autorità Nazionale Palestinese abbia sottoscritto lo statuto di Roma, Ocampo obietta molto prudentemente che occorrono accurate indagini di teoria del diritto internazionale prima che l'Autorità palestinese possa essere riconosciuta come un soggetto dell'ordinamento internazionale.
Come spiegare dunque che, nel caso del Sudan, Moreno Ocampo abbia messo da parte tutta la sua aristocratica discrezione ed abbia fatto la voce grossa, addirittura incriminando un capo di Stato, fra l'altro noto per la sua tracotanza? La riposta è facile. La competenza a intervenire in Sudan è stata attribuita alla Corte in via eccezionale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante che il Sudan non sia sottoposto alla giurisdizione della Corte, non avendo sottoscritto il suo Statuto. E questa operazione è stata voluta dagli Stati uniti, che hanno preteso in cambio che i militari e i civili statunitensi presenti in Sudan siano sottratti alla giurisdizione della Corte.
Siamo insomma ancora una volta di fronte al doppio binario del diritto penale internazionale: da una parte una giustizia su misura per le grandi potenze del pianeta e per i loro leader, e, dall'altra parte, i popoli deboli, sconfitti e oppressi. Ancora una volta la «giustizia dei vincitori».