You are hereRenascimento e expansión da pena de morte

Renascimento e expansión da pena de morte


EXCEPCIONALIDADE NORTE-AMERICANA?

 Gli Stati Uniti d’America sono l’unico paese occidentale che oggi pratichi apertamente la pena di morte . L’iniezione letale, la sedia elettrica e la camera a gas sono le specialità procedurali preferite dai 38 Stati della Federazione (su 50) nei quali la pena capitale è tuttora in vigore. Sono procedure preferite perché ritenute “umanitarie”. Negli ultimi decenni, esponenti della cultura politica statunitense si sono battuti con particolare energia per sostenere le ragioni morali e giuridiche della pena capitale contro le critiche abolizionistiche che hanno inutilmente investito la superpotenza americana . E sinora neppure il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha minimamente manifestato l’intenzione di schierarsi contro la pena di morte e di promuoverne l’abolizione.
 Il patibolo è stato portato in America dagli inglesi e ancora oggi la Costituzione degli Stati Uniti fa riferimento esplicito alla pena di morte nel quinto e nel quattordicesimo Emendamento. Le colonie nel New England lo prevedevano per l’omicidio, ma anche per reati come la sodomia, l’adulterio, la stregoneria, e per molti altri crimini più o meno direttamente “religiosi”. Di solito le esecuzioni avevano luogo in pubblico e per impiccagione. Ma nel corso dell’Ottocento la riforma “umanitaria” della pena di morte che l’illuminismo aveva introdotto nei principali paesi europei aveva trovato eco anche negli Stati Uniti . E si era sviluppato, fin dai tempi della Convenzione di Filadelfia, un movimento abolizionista, guidato da Benjamin Rush. Anche Benjamin Franklin e Thomas Jefferson condividevano la tesi abolizionista, nella scia di Dei delitti e delle pene, che avevano letto.
 Negli anni quaranta e cinquanta dell’Ottocento gli Stati del Michigan, del Wisconsin e del Rhode Island decisero senz’altro l’abolizione della pena capitale, molto prima dunque dei paesi europei . E negli Stati che la conservarono, il numero delle esecuzioni iniziò a ridursi notevolmente. Nel 1967 fu decisa una moratoria generale delle esecuzioni e nel 1972 la Corte Suprema, nel caso Furman versus Georgia, sentenziò che la pena di morte, così come veniva applicata, era da considerarsi una “pena crudele e inusuale”, e pertanto incostituzionale perché lesiva dell’ottavo Emendamento, che vieta che vengano inflitti cruel and unusual punishments. A giudizio della Corte la pena capitale violava anche l’eguaglianza giuridica fra le componenti razziali del paese, poiché dalle indagini statistiche risultava che alcune categorie di persone – gli afroamericani in particolare – erano assai più esposte al rischio della pena di morte rispetto alle altre.
La parentesi abolizionista è però durata non più di quattro anni: nella sentenza sul caso Gregg versus Georgia, del luglio 1976, la Corte, la cui composizione era nel frattempo mutata, si pronunciò in senso opposto, sostenendo che la pena di morte era perfettamente costituzionale. Da quel momento le esecuzioni capitali sono riprese nella grande maggioranza degli Stati e sono cresciute di numero, in particolare in Texas, Virginia e Florida. E con la ripresa delle esecuzioni si è riprodotta la discriminazione fra bianchi e neri, che è un fenomeno accentuato nei “bracci della morte”. Secondo Amnesty International, dal 1977 ai primi mesi del 2003 sono stati giustiziati 290 afro-americani e cioè più di un terzo della cifra complessiva dei giustiziati (843), mentre la popolazione nera è appena il 12% della popolazione totale. Nel 2003 i neri in attesa di esecuzione erano addirittura il 40% del totale. Inoltre, nel periodo 1977-2003 bianchi e neri sono risultati vittime di omicidi in numero pressoché equivalente, ma l’80% delle esecuzioni capitali ha sanzionato l’uccisione di un bianco. Non è da trascurare un’altra circostanza aggravante: i condannati a morte sono persone che, nella grande maggioranza dei casi, appartengono alle fasce più deboli e vulnerabili della società. Gli imputati indigenti – e tali sono in larga misura gli afro-americani attualmente nei bracci della morte – non sono in grado di procurarsi un difensore di fiducia e sono per lo più difesi da avvocati d’ufficio, giovani, poco esperti e scarsamente motivati. E questa è una delle ragioni dell’alta percentuale di errori giudiziari che le corti commettono nell’irrogare la pena di morte, come nel 2000 accertò con grande scalpore la commissione nominata da George Ryan, il Governatore repubblicano dell’Illinois, divenuto famoso per aver deciso di liberare dal braccio della morte 164 detenuti il giorno prima di lasciare il proprio incarico .
 Secondo dati aggiornati all’aprile 2003, a partire dal 1977 sono state eseguite negli Stati Uniti 677 condanne a morte mediante iniezione di veleno, 150 con la sedia elettrica, 11 con la camera a gas, 3 per impiccagione e 2 mediante fucilazione . Fra il 2004 e il 2005 sono state eseguite circa 160 condanne a morte e questo ha portato a oltre mille le esecuzioni capitali a partire dal 1977. La sedia elettrica è stata introdotta nel 1889 al posto della forca: attraverso elettrodi di rame, potenti scariche in rapida successione provocano l’arresto cardiaco e la paralisi della respirazione. La procedura della camera a gas, introdotta alla fine degli anni trenta del Novecento, prevede che il condannato venga rinchiuso in un vano d’acciaio a tenuta stagna dove viene liberato cianuro, che produce la morte per asfissia. Con l’iniezione letale, introdotta nel 1977, viene iniettata per via endovenosa una dose letale di veleno (normalmente cloruro di potassio) assieme a una sostanza chimica paralizzante a base di bromuro di curaro. La paralisi del diaframma inibisce l’attività polmonare e ne segue l’arresto cardiaco.
 La letteratura abolizionista sostiene che nessuno di questi tre metodi “umanitari” rende l’esecuzione indolore, anche senza tener conto della sofferenza morale imposta al condannato dal rituale dell’esecuzione. La procedura si compone di una serie di pratiche emotivamente spietate, non meno di quanto fosse fisicamente atroce il supplizio medievale: il trasferimento prima dell’esecuzione in una cella speciale in totale isolamento, l’ultimo pasto nel cuore della notte, la misurazione della taglia del vestito da usare per la sepoltura, il certificato di morte predisposto e firmato in anticipo, e così via. Il senso di impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte al pubblico che assiste al rito e che vuole la sua morte, è probabilmente una pena più atroce della morte stessa. Sono numerose e ben note le testimonianze di esecuzioni prolungate e rese macabre da improvvise complicazioni tecniche, errori dei carnefici o deliranti tentativi del condannato di opporsi all’esecuzione e, più spesso, dalla sua permanente, disperata lucidità. Sembra accertato che l’iniezione letale a base di bromuro di curaro lasci la vittima cosciente, imprigionata dal suo corpo paralizzato e agonizzante.
 Come spiegare sul piano sociologico, etico e politico il fatto – sicuramente “eccezionale” – che gli Stati Uniti siano la sola democrazia occidentale nella quale si registra una forte propensione della classe politica per il mantenimento della pena di morte, assieme a un diffuso consenso dell’opinione pubblica per questa estrema sanzione? E come spiegare il fatto che questo fenomeno si è accentuato a partire dalla fine degli anni settanta del Novecento?
 La risposta è tutt’altro che semplice e non è un caso che negli Stati Uniti si sia sviluppato sull’argomento un acceso dibattito teorico e politico. La tesi che sembra godere di maggiore consenso è quella dell’American exceptionalism, espressione che probabilmente è corretto rendere, con “la singolarità degli Stati Uniti” . Ad applicare al tema della pena di morte la tesi “singolarista” sono stati in particolare due autori, Janer Q. Whitman e Franklin Zimring . Il primo sostiene che l’espansione della pena capitale negli Stati Uniti sarebbe legata alla propensione culturale, tipicamente “americana”, a degradare i soggetti che non si adeguino agli standard sociali dominanti. Mentre i paesi europei manifesterebbero notevole rispetto per la dignità del condannato, negli Stati Uniti prevarrebbe la tendenza a ridurlo in stato di inferiorità. Per gli europei rispettare il condannato significa cercare di cancellare le differenze sociali del passato, mentre negli Stati Uniti la mancanza di una tradizione aristocratica ha fatto sì che la preoccupazione di cancellare le discriminazioni sociali non sia mai esistita .
 La tesi di Franklin Zimring è molto diversa. Egli sostiene che negli Stati Uniti, a partire dal 1977, la pena di morte è stata presentata con successo dai suoi fautori non come una odiosa manifestazione del potere punitivo dello Stato, ma come un atto di giustizia che si compie, nell’ambito della società civile, nell’interesse delle vittime e dell’intera comunità . In sostanza la rinascita negli ultimi decenni del favore per la pena di morte negli Stati Uniti potrebbe essere ricollegata ad un elemento che Zimring ritiene caratteristico della cultura statunitense, soprattutto dei paesi del sud, la cosiddetta vigilante tradition. Si tratta, in sostanza, della tendenza a farsi giustizia da sé, che ha trovato espressione nel movimento per i diritti delle vittime e ha ottenuto che la “vittima” (o i suoi parenti) svolgano un ruolo di rilievo nel processo penale .
 La prova del radicamento nella cultura statunitense di questa particolare inclinazione giustizialista sarebbe la circostanza che negli Stati del sud, nei quali la pena di morte è stata più spesso applicata in questi decenni, nei secoli scorsi è stato largamente praticato e tollerato il linciaggio. A conferma di questa suggestiva versione si potrebbe ricordare che il linciaggio, come modalità estrema di giustizia “popolare” che si esprime in forma irrituale, è sempre stato molto diffuso negli Stati Uniti. È stato ad esempio calcolato che dal 1882 al 1968 i linciaggi di cui si è avuto notizia sono stati circa 5.000. Nell’arco di novant’anni sono stati linciati circa 3.500 uomini e donne neri, e la stessa sorte è toccata anche a un certo numero di ebrei e di italiani. Ed è inoltre accertato che i paesi che detengono il primato omicida e razzista del più alto numero di linciaggi sono il Mississippi (540 neri e 40 bianchi linciati), la Georgia (490 neri e 40 bianchi), il Texas (350 neri e 140 bianchi), la Louisiana (335 neri e 55 bianchi) e l’Alabama (300 neri e 50 bianchi) .
 Importanti obiezioni sono state sollevate e possono essere sollevate sia contro le tesi di Whitman che contro quelle di Zimring. Anzitutto, occorrerebbe spiegare perché l’adozione della pena di morte ha registrato negli Stati Uniti un notevole incremento soltanto nell’ultimo trentennio, mentre durante i secoli precedenti questo non solo non è accaduto, ma in alcune fasi si è registrata una contrazione delle esecuzioni e persino una loro sospensione, sia pure provvisoria. E sarebbe necessario mostrare – cosa tutt’altro che facile – che in questo stesso periodo di tempo gli Stati europei hanno dato vita ad una generale riforma delle proprie politiche criminali e penitenziarie, realmente orientata a rispettare la dignità e i diritti fondamentali dei cittadini reclusi e non solo formalmente umanitaria e legalitaria. E dunque non ha torto David Garland quando sostiene che per cogliere le ragioni della recente espansione della pena di morte negli Stati Uniti occorre concentrare l’analisi sulla storia recente del paese, piuttosto che ripercorrerne l’intera vicenda, come fanno per lo più i fautori dell’American exceptionalism . E si può aggiungere che occorrerebbe interpretare il fenomeno nel contesto dei processi di integrazione globale che negli ultimi decenni hanno investito il pianeta e che vedono la superpotenza americana svolgere su scala mondiale un ruolo di crescente egemonia politica, culturale e militare che molti qualificano come neo-imperiale .  
Le grandi religioni – si pensi in particolare al monoteismo ebraico-cristiano – hanno fondato la ‘giustizia punitiva’ (e la violenza persecutoria) invocando l’idea dell’ordine e dell’armonia universale. La sanzione penale, anzitutto la pena capitale, è stata concepita come una sorta di risarcimento cosmico: punire ed espiare significa ripristinare l’equilibrio infranto dal comportamento immorale o illegale, significa restaurare l’“ordine naturale”, rimettendo in vigore la razionalità immanente della creazione. Michel Foucault ha mostrato come il rituale del supplizio sia stato per secoli in Europa – inclusa l’Europa moderna – uno strumento essenziale di legittimazione e glorificazione del potere regale e imperiale. E ha sostenuto che l’intero dispositivo penitenziario moderno, inclusa la pena di morte, non è altro che un supplizio umanitario del quale un potere totalizzante si serve per disciplinare le anime e i corpi  .
Come Albert Camus ha sottolineato con eccezionale efficacia, la pena di morte esprime, nelle forme di un potere repressivo particolarmente dispotico, la spietatezza di credenze dogmatiche, religiose o secolarizzate. Sul patibolo si concentra la violenza vessatoria e il manicheismo delle ideologie politiche assolutistiche o teocratico-imperiali, ancora molto diffuse nel mondo . Il castigo supremo, ha scritto Camus, è sempre stato – e lo è tutt’oggi – una “pena religiosa”, sia nel senso che esso è stato sistematicamente utilizzato dalle chiese, sia nel senso che è stato comminato da autorità che si sono investite di un potere supremo, assoluto, espressione di una verità totale, mondana o sovrannaturale. Il castigo supremo e definitivo rinvia ad una certezza suprema e definitiva, e viene così sanzionata in modo irreparabile una colpevolezza incerta e relativa, e comunque non imputabile alla esclusiva responsabilità dell’individuo immolato sul patibolo .
La sicurezza dogmatica del giudice supremo, che si arroga poteri e conoscenze più che umane, non conosce la compassione e cioè il sentimento di una comune sofferenza e infelicità degli uomini, non contempla la miseria, la fragilità, la vulnerabilità della condizione umana. Il giudice supremo si attribuisce una innocenza assoluta e questo lo autorizza ad attribuire all’imputato una colpa assoluta e a spegnere la sua vita negandogli ogni possibilità di recupero e ogni speranza. Questo non significa credere che tutti gli uomini siano buoni e che tutti meritino di essere perdonati. Significa piuttosto che la pena di morte deve essere abolita per motivi di “pessimismo ragionato, di logica e di realismo”  perché, scrive ancora Camus,

 la sentenza capitale spezza l’unica solidarietà umana indiscutibile, la solidarietà contro la morte, e una tale sentenza può quindi essere legittimata soltanto da una verità e da un principio che si pongano al  di sopra degli uomini .

Solo chi si è liberato dalla potenza degli idoli, trascendenti o mondani, può amare sino in fondo la vita e rispettarla in sé e negli altri come un bene preziosissimo ed effimero. Solo chi sa di non sapere può essere sino in fondo un amante della pace, un nemico della guerra e un intransigente avversario della pena capitale.
 Alla luce delle riflessioni sin qui svolte si può sostenere che oggi gli Stati Uniti sono favorevoli alla pena capitale perché questo istituto è coerente con l’ideologia repressiva e le esigenze funzionali di un potere che ha assunto forme neo-imperiali e ambizioni egemoniche globali. Superato il trauma della guerra in Vietnam e profilatasi la crisi del comunismo, gli Stati Uniti hanno rilanciato la strategia della “dottrina Monroe”, espandendola oltre l’area continentale americana, sino ad attribuirle una dimensione universalistica e globalistica. A partire dalla fine della guerra fredda e dalla dissoluzione dell’impero sovietico, la superpotenza americana è riuscita a imporre al pianeta intero il monopolio della sua economia, della sua potenza militare, della sua visione del mondo, del suo stesso linguaggio e vocabolario concettuale. . Gli Stati Uniti hanno contrapposto una visione “monoteistica” al pluralismo dei valori e delle tradizioni culturali, e alla crescente complessità del mondo contemporaneo. Non è un caso che la dottrina della “guerra giusta”, di ascendenza cristiana e imperiale, sia stata riproposta in questi anni all’interno della cultura politica statunitense, e che “guerra giusta” sia stata dichiarata dal Presidente George Bush la guerra preventiva che egli ha scatenato contro l’“asse del male”, e cioè contro i cosiddetti “Stati canaglia” e il global terrorism. È una strategia sostenuta dall’incrollabile certezza che la forza delle armi possa e debba essere messa al servizio del bene: il patibolo e la guerra sono gli strumenti di un potere che si sente provvidenzialmente al centro del mondo e al di sopra del mondo.
 La pena di morte è una questione antropologica e filosofica troppo seria – e troppo profondamente incuneata nella storia dell’umanità – per pensare che sia possibile abolirla rapidamente, assieme ai suoi modelli ancestrali tuttora diffusi, come il linciaggio, la lapidazione e il supplizio, e che sia possibile favorirne l’abolizione facendo appello a valori etici assoluti o a principi giuridici ritenuti universali ma che sono privi di effettività o, peggio, come ha vanamente fatto l’Italia, ricorrendo alle Nazioni Unite. Un approccio realistico suggerisce una considerazione attenta del profondo radicamento che la pena di morte ha avuto e ha tuttora nelle strutture del potere politico e nella logica gerarchica e repressiva delle religioni, trascendenti o non trascendenti. La lotta contro la pena di morte non può non coincidere con una battaglia politica e culturale di ampio respiro contro le filosofie e le ideologie che venerano “gli idoli temporali” ed esigono una fede assoluta impartendo instancabilmente castighi assoluti . Le guerre scatenate dagli Stati Uniti durante le ultime tre presidenze sono state una delirante venerazione dell’“idolo temporale” del dominio planetario. Si tratterebbe di reagire al “tramonto” della civiltà politica e giuridica dell’Occidente europeo recuperando, come ha scritto Geminello Preterossi , i valori dell’illuminismo e della sua rivoluzione laica e razionalista. Occorrerebbe strappare la maschera potestativa e violenta dal volto dell’Occidente estremo, respingendo il suo universalismo imperiale, il suo delirio di onnipotenza, il suo culto della forza. Non sorgerà l’alba di una pace durevole fra gli uomini finché non saranno stati abbattuti gli idoli sanguinari che consacrano il patibolo e benedicono le guerre.